A Muso Duro, Comunicati Stampa, Ferrara in comune, Partecipazione, Trasparenza
AGGIORNAMENTO DEL 6 OTTOBRE 2026 (Ore 11:26): [19]
Pochi minuti dopo la pubblicazione di questo articolo, il Difensore Civico della Regione Emilia-Romagna ha ufficialmente inviato la PEC di accoglimento del ricorso [14] di Roberto Zambelli (Fascicolo 940/2026, pratica 13631/2026).
L’organo di garanzia ha rilevato che la motivazioni del Comune per trattenere gli atti sono “venute meno” e ha formalmente invitato l’Amministrazione di Ferrara a trasmettere i documenti e a interrompere il silenzio-inerzia. Il testo dell’articolo che segue e la cronologia rimangono confermati e validati dal verdetto dell’autorità regionale.
Quello che segue è l’articolo originale Pubblicato il: 6 Ott 2026 alle 11:05 (praticamente 20 minuti prima dell’arrivo della PEC del Difensore Civico di Avvenuta Accettazione del mio Ricorso)
Palazzo Prosperi Sacrati:
il Comune di Ferrara e i tempi di un silenzio-inerzia che la legge chiama diniego.
di Roberto Zambelli
Trent’anni chiuso, buio, silenzioso. Palazzo Prosperi Sacrati ha aspettato tre decenni prima di riaprire le sue porte alla città. E la prima cosa che l’amministrazione comunale gli ha offerto, appena riaperto, è proprio il silenzio. Un palazzo predestinato, verrebbe da dire. Peccato che stavolta il silenzio non riguardi il restauro — quello, va detto con onestà, è stato fatto, ed è bellissimo — ma la concessione della sua gestione, e la tempistica con cui è stata condotta e che ora sta sublimando nel rifiuto della trasparenza.
I numeri e i tempi, messi in fila
Non serve commentare, basta allineare le date. Fanno tutto da sole.
Quarantadue mesi di silenzio assoluto su ogni tavolo di partecipazione pubblica riguardo al futuro del palazzo, dal settembre 2022 all’avvio dell’iter di concessione. Quarantanove giorni di finestra totale offerta a chi avrebbe voluto competere. Una sola candidatura arrivata. La totale assenza di trasparenza sulla procedura di assegnazione cui si aggiungono oltre 80 giorni di tempo per trasformare la mancata risposta formale ad una semplice richiesta di dovuta trasparenza in un diniego/rifiuto. Fate un po’ voi il conto delle proporzioni.
Il cronometro che solo il Comune può far partire
E qui arriviamo al capitolo più recente, e più curioso, di questa storia: il contratto di concessione. A oggi, a più di due mesi dopo la determina di aggiudicazione, non risulta — né dal Comune, né dalla Fondazione — alcuna comunicazione pubblica sulla sua sottoscrizione.
Si potrebbe pensare a un ritardo fisiologico, se non fosse che l’art. 9, comma 8 del bando[11] è scritto in modo tanto preciso quanto, per chi sta fuori dal Palazzo Municipale, inutilizzabile: l’aggiudicatario deve sottoscrivere il contratto entro 30 giorni dalla comunicazione scritta del Servizio Contratti del Comune. Non 30 giorni dall’aggiudicazione. Non 30 giorni da una data certa e pubblica. Trenta giorni da un atto che solo il Comune possiede, che solo il Comune può decidere quando emettere, e di cui nessun cittadino, nessun consigliere d’opposizione, nessun giornalista ha modo di verificare né l’esistenza né la data. Un cronometro con un solo tasto — come se fosse la valigetta col pulsante per un attacco nucleare — e la chiave ce l’ha soltanto chi deve dimostrare di aver fatto le cose per bene.
Il silenzio che la legge chiama diniego
C’è un secondo silenzio, distinto da quello sul contratto, e questo non lascia spazio a interpretazioni caritatevoli. Il 13 luglio ho chiesto, tramite accesso civico generalizzato[6], la documentazione della procedura di concessione. Il 21 luglio è arrivato un differimento[7], legittimo perché motivato dal fatto che l’aggiudicazione non era ancora intervenuta. Il 30 luglio quella motivazione è caduta: l’aggiudicazione è arrivata, con tanto di determina[8]. Il 31 agosto ho sollecitato formalmente un seguito[10]. Da allora, silenzio totale.
Non uso la parola “silenzio” per pigrizia lessicale. La uso perché è l’unica parola che il Comune mi ha lasciato usare: nessun provvedimento, nessuna motivazione, nessuna risposta, espressa o implicita, nei trenta giorni che la legge concede. E qui non c’è margine per il beneficio del dubbio, perché non lo concede la legge stessa: l’art. 5, comma 6, del D.Lgs. 33/2013[12] non parla di ritardo, di sovraccarico degli uffici o di complessità istruttoria. Parla di diniego. Il mancato riscontro entro trenta giorni non è un’anomalia procedurale da tollerare con pazienza civica: è, per espressa previsione normativa, un rifiuto. Un rifiuto che nessun dirigente ha firmato, nessun funzionario ha motivato, nessun atto ha reso pubblico — ma che la legge impone di trattare esattamente come se lo avesse fatto.
Non è un’opinione, non è una mia interpretazione forzata dei fatti: è la lettera della norma. Se il Comune di Ferrara ritiene di avere buone ragioni per negarmi quella documentazione, la strada per dirlo esiste, è prevista, è anche piuttosto semplice: un atto scritto, motivato, firmato. Bastava farlo. Non l’ha fatto. E allora, oggi, il silenzio non è più un’attenuante: è la sostanza stessa del diniego.
Il silenzio anche nei confronti di due consigliere del Consiglio Comunale
Non sono l’unico a scontrarmi con questo atteggiamento. Il 4 agosto 2026 le Consigliere Sara Conforti e Anna Zonari hanno chiesto l’accesso all’intero fascicolo della concessione[9] — verbali della Commissione, punteggi, curricula dei commissari, corrispondenza con l’ente, quadro economico-finanziario. A due mesi di distanza, anche la loro richiesta, ad oggi, risulta senza risposta.
Il silenzio non è solo del Comune
Non se la cavano meglio le pagine dei giornali locali. Dopo l’ondata di articoli di luglio e la vivace polemica di agosto — le richieste di accesso agli atti delle consigliere Zonari e Conforti, la difesa dell’architetto Squarcia, la replica un po’ fantasiosa del consigliere Caprini — sulla stampa non si trova più nulla dalla seconda metà di agosto. Due mesi di silenzio istituzionale, incrociati con due mesi di silenzio editoriale/informativo: la combinazione perfetta perché una vicenda scomoda scivoli nell’oblio senza che, in assenza totale di trasparenza, nessuno se ne accorga.
Chi protocolla e chi no
Un piccolo contrasto, per chiudere, che vale più di mille parole. L’11 settembre 2026 il Comune di Ferrara — questa volta non tramite il Segretario Generale, come per la nota di differimento del 21 luglio, ma tramite il Servizio Beni Monumentali e Patrimonio — mi comunica di aver protocollato[13] il mio ricorso al Difensore Civico regionale[14], con tanto di numero di protocollo e l’intera filiera degli atti precedenti richiamata per esteso, riga per riga. Un cambio di ufficio che qualcuno potrebbe leggere come una scelta per non entrare in conflitto di attribuzione con il Difensore Civico stesso — chissà, magari proprio perché il Segretario Generale, in questo Comune, è anche l’RPCT-Responsabile della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza. Puro caso? Probabilmente.
Cinque giorni dopo, il 16 settembre, è il Difensore Civico regionale — a Bologna, non a Ferrara — a scrivermi[15] per assegnare la pratica (fascicolo 940/2026, pratica 13631/2026) a un funzionario con nome, cognome e numero di telefono, e a impegnarsi per iscritto a tenermi informato sull’andamento e sull’esito.
Il controllore, insomma, risponde. Il controllato protocolla. La differenza, per chi la sa leggere, non è di poco conto.
Un contesto, tanto per capirsi
D’altra parte, cosa ci si può aspettare da un’amministrazione che, per fare solo due esempi:
Solo dettagli se vogliamo, ma quando i dettagli si sommano — e uno di questi ha già trovato un giudice pronto a dargli ragione — il quadro d’insieme comincia a somigliare pericolosamente a un metodo.
La domanda, semplice, che resta
Il contratto di concessione con la Fondazione Slam Jam Luca Benini è stato firmato? Se sì, quando, e perché nessuno ne sa nulla? Se no, la comunicazione scritta del Servizio Contratti è mai stata inviata — e se sì, quando è cominciato a correre il termine di 30 giorni?
Non sono domande retoriche buttate lì a caso. Sono le stesse identiche domande che un qualsiasi cittadino avrebbe il diritto di vedere comunicate in modo semplice, pubblico e tempestivo. Il palazzo e la città tutta, dopo trent’anni di silenzio, un po’ di trasparenza se la meritano.
Note e fonti